Straining, l’altra faccia del mobbing

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Straining, l’altra faccia del mobbing

Come riconoscere lo straining? Come distinguerlo dal mobbing?

Che certe forme di prevaricazione e vessazione nel mondo del lavoro siano ormai definite e perseguibili dalla legge è un dato di fatto (nonostante in alcuni ambienti lavorativi siano ancora trattate con paura od omertà). La tendenza è di accomunarle sotto il nome di mobbing ma è bene chiarire che vi sono diverse sfumature attorno a questo fenomeno e che non sempre sono distinguibili. Stiamo parlando dello straining.

Innanzitutto cos’è: il termine è inglese e significa “sforzo, tensione” e sta appunto ad indicare dei comportamenti che mirano a perseguire e discriminare un lavoratore.

Fin qui si potrebbe dire che non vi siano differenze col mobbing, ma si tratta di due azioni ben distinte; vediamole.

Il mobbing può essere attuato in maniera trasversale nell’organico che compone un’azienda, e si protrae sistematicamente nel tempo;

lo straining si contraddistingue per essere composto da fenomeni isolati, a volte dilazionati in lunghi periodi di tempo, ed è messo in atto solo dai superiori gerarchici o dal datore di lavoro stesso.

COME FUNZIONA LO STRAINING?

Lo straining prevede:

  • cambiamenti di mansioni (spesso demansionamenti)
  • confinamenti in postazioni di lavoro isolate
  • privazione degli strumenti o dei materiali per svolgere al meglio la propria mansione

causando così situazioni di stress e ripercussioni sulla salute e sulla qualità della vita del lavoratore.

La facilità con cui si potrebbero confondere straining e mobbing è tanto grande quanto lo è la difficoltà nel riconoscerlo, ed è qui che questo mostra tutta la sua subdola efficacia.

Il mobbing spesso si manifesta con aggressività e si dilunga nel tempo causando danni sempre maggiori alla vittima (in termini di legge devono trascorrere almeno sei mesi di attacchi per poter parlare di mobbing).

Lo straining può avvenire anche con un singolo episodio. Trattandosi di un ordine impartito da un superiore, può mascherarsi con una parvenza di legittimità, cosa che spesso porta la vittima a convincersi di essere responsabile della propria situazione. Lo sforzo da parte dello strainer è minimo: una volta demansionata la vittima o messa in difficoltà nello svolgere la propria mansione, non ha bisogno di fare altro. Saranno la derivante insicurezza, la perdita di autostima e pensieri paranoici a fare il resto, causando danni nella vittima non meno gravi di un vero e proprio attacco di mobbing.

È IMPORTANTE REAGIRE

Innanzitutto bisogna saper riconoscere questo fenomeno; non solo per distinguerlo dal mobbing, ma soprattutto per evitare di cadere nella convinzione che l’eventuale demansionamento o isolamento siano responsabilità della vittima. Un comportamento ostruzionista da parte del superiore, l’indifferenza dei colleghi o l’impossibilità di confrontarsi e confidarsi con loro, può impedire alla vittima di reagire o ancor peggio comprendere la propria situazione.

Come per ogni altra forma di ingiustizia una cosa dev’esser ben chiara: non si è mai soli. Parlarne è un primo passo per capire la situazione e trovare il coraggio di affrontarla.

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